PACS: DALLA SINISTRA DIFESA A OLTRANZA
da Roma Roberto I. Zanini
La maggioranza al Senato non è ancora garantita
ma già
vacilla sui Dico.
Di loro non si parla nei dodici punti programmatici
del
possibile nuovo governo Prodi ma dal centrosinistra,
in
particolare dai Ds e dalla Margherita, sono
arrivati segnali
precisi. E se il diessino Cesare Salvi, presidente
della
Commissione giustizia del Senato dove il
ddl è in
calendario, garantisce che dopo la fiducia
si ripartirà con
le coppie di fatto, non è da meno il ministro
Rosy Bindi:
«La crisi non è stata scatenata dai Dico».
Un concetto che si aggrega a quello della
collega e
cofirmataria diessina del testo di legge
Barbara
Pollastrini: «Sui Dico il Governo ha fatto
la sua parte. Ora
tocca al Parlamento nei tempi stabiliti dal
Senato».
Parole che, di fatto, ribadiscono quelle
pronunciate
domenica da Piero Fassino, secondo il quale
i Dico non sono
nei dodici punti perché il governo ha varato
il ddl prima
della crisi. E Livia Turco aggiunge: «I Dico
non sono
scomparsi dal programma del governo».
Sul fronte opposto Pier Ferdinando Casini
è convinto: «I
Dico saranno bocciati al Senato».
Ma nella compagine governativa, come abbiamo
visto, non
emergono incertezze.
Tutto si regge sull'ambigua questione del
dodecalogo.
Persino la garanzia di una maggioranza certa
nella fiducia
al Senato di domani.
Non è un caso che l'Udeur confermi la propria
contrarietà al
ddl sostenendo l'opposto di Fassino: i Dico
non sono nei
dodici punti e quindi non rientrano nel programma
del nuovo
governo.
A riguardo Mauro Fabris si mostra particolarmente
stizzito:
«Credo sia ora di finirla con questi Dico,
non sono una
priorità. Hanno un loro percorso parlamentare.
Il Governo ha
fatto più di quello che poteva. Non se ne
occupi più». E per
quel che riguarda il difficile computo dei
voti per la
fiducia, le affermazioni di Fassino, Bindi,
Turco e
Pollastrini potrebbero mettere in crisi la
certezza del
senatore a vita Giulio Andreotti, che garantiva
il proprio
"sì" grazie al «dietrofront sui
Dico».
Un'ambiguità per nulla sottile, i cui meccanismi
vengono
tuttavia messi a nudo dal ragionamento della
dipietrista
Silvana Mura, che si dice sostenitrice dei
Dico, ma anche
consapevole che con uno scoperto impegno
del governo su
questo tema si rischia la fiducia e anche
il provvedimento
sulle coppie di fatto.
Morale? È lei stessa a illustrarla: se vogliamo
che i Dico
diventino legge, «consideriamo esaurito il
compito del
governo sulla materia e rimettiamola all'esclusivo
confronto
parlamentare tra le forze politiche».
Mette le mani avanti Anna Finocchiaro: «Trattandosi
di un
tema tipico dei diritti civili sui Dico non
si può misurare
la maggioranza».
Non fa una grinza Enrico Boselli dello Sdi,
per il quale i
Dico non sono nei dodici punti per questioni
di equilibri e
compromessi, «ma ci fidiamo della parola
di Prodi».
Ragionamenti chiari ma significati e obiettivi
molteplici.
Secondo Luca Volonté dell'Udc, per esempio,
tanto i Ds
quanto altre significative componenti del
centrosinistra,
«preoccupate più dei Dico che della tenuta
della
coalizione», hanno voluto richiamare i senatori
a vita agli
originari impegni presi col governo e, al
contempo,
«lanciare un segnale a Prodi», affinché continui
a tener
salda la barra sulle coppie di fatto.
Insomma, conclude l'esponente centrista,
«i Dico sono parte
di un accordo occulto di rilancio dell'Unione
ed è bene
ricordarselo nel voto dei prossimi giorni».
Non è vero, aggiunge Riccardo Pedrizzi di
An, che siano
fuori dall'agenda politica del governo, «c'è
invece la
volontà di approvare questo ddl in favore
dei matrimoni fra
gay e contro la famiglia nel più breve tempo
possibile». E
allora, è l'appello di Di Virgilio di Fi,
«i cattolici
fermino i Dico non votando la fiducia».
In questo senso vanno letti i molteplici
inviti a uscire
allo scoperto, rivolti dalla CdL a Prodi.
In Fi Renato Schifani invita il premier a
chiarire
apertamente «se i Dico verranno sostenuti
dal governo e se,
quindi il governo si impegnerà per farli
approvare o meno,
al di là delle indicazioni date nei dodici
punti».
Un chiarimento che per il segretario del
Pri Francesco
Nucara servirebbe anche per diradare confusioni
e
contraddizioni intrinseche a questo centrosinistra.
Molto meno ottimista Altero Matteoli, che
proprio dal
dibattito sui Dico trae la convinzione che
«se anche il
premier riuscisse a raccattare i 158 voti
per la fiducia,
resteremo di fronte a una Babele».
Diversa, sempre in An, l'argomentazione di
Alfredo
Mantovano: «Per «non turbare i difficili
equilibri interni,
dopo il nuovo voto di fiducia il governo
paralizzerà il
Senato».
(C) Avvenire, 27-2-2007