AMNESTY, LA FILANTROPIA ANTIUMANA

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Il Giornale n. 145 del 2007-06-21

E ora cosa faranno tutti quegli oratori, quelle parrocchie, quei
centri culturali venuti su a diritti umani, bandiere della pace,
nessuno-tocchi-Caino e canzoncine di Cristicchi?
Cosa faranno adesso che il coro delle voci profetiche di riferimento
ha perso un pezzo da novanta come Amnesty International?

Il cardinale Martino, presidente del Pontificio consiglio della
giustizia e della pace, ha gettato un sasso nello stagno del
cattolicesimo politicamente corretto invitando i cattolici di tutto
il mondo a sospendere qualsiasi forma di sostegno e di finanziamento
ad Amnesty.
L'associazione, fondata nel 1961 da Peter Benenson, convertito al
cattolicesimo, ha deciso di sostenere la diffusione dell'aborto
procurato nel mondo, promuovendone la depenalizzazione in quei Paesi
che ancora vietano questa pratica.

Molti cattolici hanno storto il naso davanti alle dichiarazioni del
cardinale.
Da tempo in molte parrocchie, in non poche scuole cristiane e
istituti religiosi, sui giornali di area si procede a una capillare
azione di sostegno a favore di alcune organizzazioni filantropiche.
Unicef, Wwf e Amnesty International sono le più gettonate, ma anche
quelle segnate dallo stesso destino: tutte sono state censurate dalla
Santa Sede per il sostegno a politiche demografiche disinvolte, fra
cui anche il cosiddetto «aborto sicuro».

Il giro di vite, già cominciato sotto il pontificato di Giovanni
Paolo II, prosegue nell'era di Bendetto XVI.
Siamo di fronte a una svolta: la Chiesa prende le distanze da quel
filantropismo antiumano che, magari, difende i pluriomicidi dalla
sedia elettrica, ma vuole favorire l'eliminazione legale di
innocenti, colpevoli solo di non essere ancora nati.
Dopo anni passati a scendere in piazza a fianco di coloro che si
battono affinché «nessuno tocchi Caino» nel mondo cattolico pare che
cominci a mettersi meglio per il povero Abele.

Eppure Amnesty fa tanto bene, si ostinano ancora a dire molti
cattolici.
Bene, allora si immagini un cittadino condannato a morte. E che sia
giustiziato senza un regolare processo, senza un avvocato difensore,
senza poter pronunciare parola a propria discolpa, senza l'ombra di
una giuria chiamata a pronunciarsi.
E che il capo di accusa non sia un reato, ma la condizione stessa in
cui si trova: l'essere, per esempio, un dissidente politico, un
ammalato, un handicappato, un indesiderato, un ingombrante fardello
in un mondo dove anche occupare un posto è diventato un problema.
Chi meglio di Amnesty International potrebbe denunciare l'orrore di
un simile delitto di Stato?
Chi meglio potrebbe ergersi a paladino di questo essere umano
condannato a morte senza l'ombra di un regolare processo?
Probabilmente nessuno, diranno ancora molti cattolici cresciuti con
il paraocchi della correttezza politica.

Amnesty International, come ha rilevato il cardinale Martino, ha
deciso ufficialmente di abbandonare al loro destino gli involontari
protagonisti di questa ingiustizia sommaria.
Perché quel condannato di cui parlavamo presenta proprio le
caratteristiche dell'unborn, dell'essere umano non ancora nato: non
ha fatto nulla di male, non è colpevole se non di esistere, non è
sottoposto a regolare processo, né è previsto che qualcuno lo difenda
nel dibattimento.
Insomma: il concepito d'uomo minacciato di aborto procurato sarebbe
il destinatario perfetto delle preoccupazioni filantropiche di
Amnesty, che preferisce stare dalla parte dei più forti quando in
gioco c'è la vita di un essere umano innocente, ma invisibile.

Non solo. Amnesty è nel novero delle organizzazioni pro-aborto che
operano nel mondo e lo fa sulla base di motivazioni «classiche»: i
casi di stupro o di «gravidanza forzata» (forced pregnancy),
espressione coniata dalla stessa Amnesty, e il fatto che secondo
l'Organizzazione mondiale della Sanità ogni anno 68.000 donne
abortiscano in situazioni sanitarie carenti.
Argomenti seri, non c'è dubbio, ma non basta a giustificare
l'uccisione di un innocente, che non ha alcuna colpa per il male che
sua madre ha patito.
Perché proprio di un innocente si tratta, nonostante le elucubrazioni
filantropiche di Ammesty International: che, a forza di essere
filantropiche, finiscono per partorire un pensiero antiumano.