"Una vita giusta, una vita buona: progetto
sociale possibile?"
(cause della crisi valoriale della politca)
Il titolo dato a questa riflessione non è
dei più felici!
Devo dunque in via preliminare dire con la
massima esattezza
ciò di cui intendo parlare.
01. Che la persona umana abbia bisogno di
vivere in società,
è una constatazione da tutti condivisa: "l'uomo
è per natura
un essere che vive in comunità", scriveva
già Aristotele [EN
I,7 1097 b,12]. Di questo "bisogno",
ancora fin dall'antichità,
sono state date due interpretazioni fondamentali.
È il
bisogno di condividere il proprio bene [non
inteso solo in
senso economico] con gli altri: "nessuno
sceglierebbe tutti
i beni a costo di goderne da solo" scrive
ancora Aristotele
[EN IX,7, 1169b, 18]; è il bisogno di essere
aiutato da
altri a raggiungere il proprio bene non raggiungibile
da
soli.
02. Tralasciamo per il momento la prima interpretazione;
tralasciamo per ora la considerazione di
altre società
umane, e limitiamoci a parlare solo della
società politica,
dello Stato. Facciamo l'ipotesi che i cittadini
-
singolarmente presi e/o in comunità intermedie
- non abbiano
la stessa concezione del bene in cui porre
la riuscita della
propria vita. Diciamo più brevemente: ipotizziamo
che nella
società ci sia un pluralismo di concezioni
di vita buona non
solo diverse, ma contrarie.
Tenendo presente tutto questo domandiamoci:
quale deve
essere l'attitudine dello Stato nei confronti
delle
molteplici e fra loro contrarie concezioni
di vita buona
presenti nella società? Quando dico "Stato"
intendo
concretamente l'esercizio del potere che
è proprio ed
esclusivo dell'autorità politica: fare leggi;
metterle in
atto; amministrare la giustizia.
0.3 Proviamo ora, come mero esercizio intellettuale,
ad
ipotizzare tutte le risposte possibili. Esse,
mi sembra,
possono essere non più di tre: neutralità,
imposizione,
partecipazione. La neutralità denota negativamente
l'astensione
dello Stato dal favorire l'una o l'altra
concezione di vita
buona, e positivamente l'impegno dello Stato
di creare le
condizioni in cui nessuna concezione di vita
buona sia
sfavorita a favore di un'altra. L'imposizione
denota
positivamente la scelta dello Stato a favore
di una
concezione di vita buona a preferenza di
altre, e
negativamente la tolleranza o perfino la
persecuzione di
ogni altra concezione di vita buona. La partecipazione
denota positivamente la scelta dello Stato
di favorire gli
stili di vita che al contempo sostengono
e la realizzazione
della persona e la realizzazione del bene
comune: la
realizzazione di sé con gli altri; negativamente,
non
favorisce né condanna altri stili di vita,
ma semplicemente
li ignora [ovviamente sempre che non siano
penalmente
perseguibili].
Ora siamo in possesso di tutti gli elementi
per costruire
con precisione la domanda alla quale cercherò
di rispondere.
Intendendo con "vita giusta" la
modalità con cui lo Stato
organizza la convivenza dei cittadini che
perseguono
concezioni di vita buona contrarie; intendendo
con "vita
buona" la realizzazione da parte degli
agenti razionali
delle proprie concezioni di vita buona, ci
chiediamo: che
rapporto deve esistere fra la "vita
buona" - la
realizzazione da parte degli agenti razionali
delle proprie
concezioni di vita buona - e la "vita
giusta" - la modalità
con cui lo Stato organizza la convivenza
dei cittadini di
opposte concezioni di vita buona - ? Cercherò
ora di
rispondere a questa domanda, sia pure nella
necessaria
brevità.
a.. L'IMPOSSIBILE SEPARAZIONE
Prendo subito in esame la risposta oggi dominante
nel nostro
Occidente, sia sul piano del pensiero sia
sul piano della
prassi. È la risposta colla quale abbiamo
a che fare ogni
giorno nel dibattito pubblico, in modo esplicito
od
implicito.
Ne farò un'essenziale esposizione e poi mi
impegnerò a
mostrarne l'inconsistenza teoretica e l'impraticabilità
nella vita.
1,1 [Breve esposizione della risposta]. Formulata
in maniera
ancora molto rozza ma non falsamente, la
risposta di cui
stiamo parlando è la seguente: fra "vita
giusta" e "vita
buona" [nel senso spiegato sopra] deve
esserci separazione.
Esse connotano due ambiti della vita che
non devono
comunicare.
E ciò si realizza da parte dello Stato, colla
scelta della
neutralità nei confronti delle varie concezioni
di vita
buona; da parte dei cittadini, colla scelta
di confinare nel
"privato" le proprie concezioni
di vita buona.
Ma procediamo con ordine, vedendo in primo
luogo come si
arriva a questa risposta, o più precisamente
quali sono i
suoi presupposti.
Il primo presupposto è che nessuna concezione
di vita buona
è vera in alternativa alla sua contraria.
È impossibile
qualificare come vera qualsiasi concezione
di vita buona e
quindi falsa la sua contraria, dal momento
che esse
esprimono sempre e semplicemente fini e preferenze
soggettivamente motivate, e sempre quindi
rivedibili. È per
questa ragione che nel contesto di questa
teoria non si
parla di "bene/vita buona", ma
di "concezioni di vita
buona", volendo così connotare una necessaria
pluralità fino
al limite [anche se non sempre né necessariamente]
della
mera soggettività. Insomma: una verità circa
il bene della
persona e della società o non esiste [relativismo
etico] o
non può essere razionalmente affermata e
dimostrata
[agnosticismo etico].
Corollario del primo presupposto: qualunque
scelta
[legislativa, amministrativa.] a favore dell'una
concezione
piuttosto che dell'altra diventa inevitabilmente
parzialità
ingiusta e violazione dell'autonomia del
soggetto.
Il secondo presupposto è che deve essere
possibile
organizzare la vita associata prescindendo
imparzialmente
dalle varie concezioni di vita buona; attraverso
proposte
universalmente condivisibili perché giustificabili
senza
riferimento a nessuna delle varie concezioni
di vita buona;
ed attraverso proposte che non sono meramente
formali o
procedurali. Il concetto di "giustizia"
denota precisamente
questa modalità di organizzare la vita associata:
la vita
[associata] giusta è la vita progettata secondo
questa
modalità. La giustizia quindi "si situa
come punto di
equilibrio e di imparzialità, tra pretese
diverse e
contrastanti e quindi anche tra possibili
standards di
eccellenza" [A. Verza, La neutralità
impossibile, cit. pag.
22].
Prima di passare alla riflessione critica,
annoto solo
fugacemente che nel dibattito italiano, se
non vado errato,
al posto del termine "giustizia"
nel senso spiegato, si usa
non raramente il termine "laicità".
1,2 [Riflessione critica]. Vorrei ora suggerirvi
un'essenziale
riflessione critica nei confronti di questa
risposta.
Dobbiamo renderci subito conto che ci troviamo
veramente
dentro ad uno dei "nodi" del dramma
contemporaneo.
Questo dramma è costituito dall'incapacità
di rispondere ad
esigenze spirituali che sembrano fra loro
contrarie. Da una
parte si avverte ogni giorno più l'urgenza
di risposte alle
grandi domande etiche e bioetiche, e dall'altra
si è quanto
meno incerti sulla possibilità di fondarle
ragionevolmente.
Ancora. Da una parte si avverte il bisogno
di un "tessuto
connettivo spirituale" universalmente
valido, e dall'altro
si nega l'esistenza di principi universali
ed ancor più di
assoluti morali vincolanti. È stato detto
giustamente che le
persone in quanto agenti morali sono in una
condizione di
"stranieri morali" [H.T. Engelhardt],
che rende ogni giorno
più difficile proporre risposte condivise
e quindi efficaci.
I fatti recentemente accaduti in Francia
devono farci
riflettere seriamente.
La via di uscita da questa situazione sopra
proposta -
quella della separazione - è percorribile?
La mia risposta è
negativa, a causa della sua inconsistenza
teoretica e della
sua impraticabilità esistenziale.
Inizio dal mostrarvi l'inconsistenza teoretica.
È
teoreticamente inconsistente una proposta
quando è in se
stessa contraddittoria, nel senso che non
è in grado di
accogliere in sé tutta la portata dei suoi
assiomi. Più
brevemente: la neutralità - imparzialità
può essere più
affermata che mantenuta.
(a) Essa implica una precisa concezione di
vita buona che
trova nell'autonomia dell'individuo il suo
valore di base.
La proposta cioè non è neutrale - imparziale
fino al punto
da giudicare imparzialmente, da essere neutrale
di fronte
alla proposta autonoma od eteronoma [la proposta
cristiana
ed ultimamente quella ebraica non è né di
auto-nomia né di
etero-nomia].
Il concetto-valore di autonomia è un concetto
da usare con
molta consapevolezza critica poiché nel momento
in cui lo si
afferma come "metodo", lo si propone
di fatto come
"contenuto". Si pensi alla giuridica
equiparazione fra
matrimonio e convivenza omosessuale, per
fare solo un
esempio. Essa viene non raramente giustificata
colla teoria
che stiamo discutendo. In realtà l'equiparazione
è la scelta
di una precisa concezione di matrimonio e
famiglia.
(b) All'interno di questa proposta è stata
elaborata la
categoria di tolleranza. Ora il concetto
stesso di
tolleranza connota un atteggiamento non di
neutralità
imparziale verso le concezioni di vita buona
tollerate. La
tolleranza connota un giudizio negativo o
comunque non
favorevole nei confronti di concezioni, soprattutto
se
aggressive, in contrasto con i valori della
vita giusta
intesa come sopra.
Se si vuole parlare-pensare coerentemente
di neutralità ed
imparzialità della condotta pubblica nei
confronti di tutti,
bisogna bandire l'idea che esista, e possa/debba
esistere un
gruppo tollerante di cittadini ed un gruppo
tollerato,
discriminati in base alle loro concezioni
di vita buona. Le
seconde in sostanza non sono più trattate
imparzialmente.
Come si vede, quindi, la proposta di separare
vita giusta e
vita buona finisce col contraddirsi.
(c) Perché la separazione di cui stiamo parlando
sia
pensabile, è necessario che la giustificazione
razionale
delle norme di giustizia non sia desunta
da nessuna
concezione particolare di vita buona: neutralità
nelle
giustificazioni.
Ma una tale posizione è impossibile in quanto
qualsiasi tipo
di giustificazione, di argomentazione deve
far riferimento
ad un quadro ideale d'insieme, ad una visione
dell'uomo.
Solo un "sistema etico" particolare
e quindi "parziale" può
essere alla base di questa proposta di vita
giusta, contro i
suoi presupposti fondamentali.
L'unica giustificazione quindi è che questo
è l'ethos
particolare della società in cui viviamo
e che deve essere
semplicemente sostenuto. Non è quindi una
vita giusta
universalmente giustificabile, razionalmente
giustificabile,
ma solo giuspositivamente e storicamente.
(d) Resta, e lascio intenzionalmente inevaso
il problema in
realtà di base, e cioè la tesi dell'agnosticismo
etico e
quindi il giudizio dato sulle "concezioni
della vita buona"
.
Ed ora vorrei mostrare che non solo questa
proposta di vita
giusta è teoreticamente inconsistente, ma
è anche non
praticabile. In un duplice senso: di fatto
nessuno Stato la
pratica "allo stato puro"; non
è augurabile che sia
praticata.
Riguardo al primo significato di impraticabilità
rimando
semplicemente all'argomentazione c) di sopra.
Ed aggiungo
che la nostra Costituzione, il patto fondamentale
cioè della
nostra convivenza civile e politica, veicola
un preciso
quadro di valori e di principi.
Vorrei invece fermarmi più a lungo sul secondo
significato.
L'idea di fondo, la tesi che sostengo, è
la seguente: tra le
diverse forme di vita sociale e i diversi
stili di vita
personale lo Stato deve privilegiare e favorire
quelli che
creano e custodiscono valori sociali ["capitali
sociali":
Donati - Zamagni - Belardinelli], a preferenza
di quelle
forme e stili che non li costituiscono o
li usurano.
Questa tesi, come risulta chiaro da quanto
ho detto finora,
è recisamente contraria alla teoria e alla
pratica della
neutralità come principio guida di qualsiasi
azione che
abbia rilievo pubblico. In questo senso dico
che non è da
augurarsi che la neutralità sia praticata.
E "sono proprio i
problemi che dobbiamo fronteggiare a seguito
della crisi del
Welfare State e dell'asse individuo-Stato
a spingerci verso
il superamento del principio di neutralità
e dell'idea che
sta alla base, secondo la quale i diritti
sarebbero da
intendere esclusivamente come diritti individuali"
[S.
Belardinelli, L'idea di Welfare community,
in (a cura di) S.
Belardinelli, Welfare community e sussidiarietà,
Egea ed.,
Milano 2005, pag. 18].
Mi limito ad una sola riflessione, ma che
reputo
fondamentale. La convivenza civile non può
sussistere se non
è pervasa da uno spirito particolare, da
un ethos impastato
di fiducia reciproca, di senso del bene comune,
di
fraternità, di responsabilità. Esso inoltre
non può essere
costituito che attraverso quel lungo processo
di
"socializzazione" della persona
che ha il suo inizio nella
comunità famigliare e si continua anche nelle
altre
formazioni sociali. La convivenza civile
ha bisogno di
questi "capitali sociali". Essa
quindi deve favorire le
forme sociali che li producono.
Esemplifichiamo: una coppia omosessuale non
può essere messa
sullo stesso piano e definita famiglia allo
stesso modo del
matrimonio. Non si tratta di privare ciascuno
del diritto di
vivere come vuole [purché ovviamente non
violi il Codice
penale], ma di sapere, di interrogarsi se
una totale
neutralità dello Stato alla fine non dilapidi
il suo [dello
Stato ]necessario ordine normativo ed i capitali
sociali
indispensabili.
In questo senso, il relativismo etico soprattutto,
ma anche
l'agnosticismo etico non è una base consistente
per una
giusta convivenza umana. E quindi una vita
giusta ha bisogno
di radicarsi in una vita buona. Non solo
questo è un
progetto sociale possibile, ma desiderabile.
b.. TRANSITO al PUNTO SUCCESSIVO
Noterete che non discuto neppure la seconda
ipotesi, quella
della imposizione o dello Stato etico: essa
è totalmente
insostenibile. Non solo, ma prima di passare
alla terza
ipotesi, devo fare alcune importanti, necessarie
precisazioni.
La critica fatta alla neutralità/imparzialità
nel punto
precedente non significa la critica, ed ancora
meno il
rifiuto a quei principi e valori che la teoria
e la prassi
della neutralità criticata intende tutelare
e promuovere: il
valore della libertà [libertà civili, libertà
religiosa,
libertà economica o di impresa, libertà della
ricerca
artistica e scientifica]; il valore del riconoscimento
reciproco; il valore della pacifica convivenza
di opposte
concezioni etiche e/o religiose. Il problema
che pongo è un
altro: se, cioè la custodia di quei valori
è possibile solo
attraverso quella figura di neutralità o
se invece si deve
procedere oltre. Quando I. Berlin scrive
che nessuna
società, per quanto pluralista voglia essere,
non può essere
ugualmente ospitale verso tutte le concezioni
della vita
buona, pone o non un problema reale?
Seconda riflessione non meno importante.
Storicamente
risulta che quei valori non hanno potuto
vivere a lungo,
essere custoditi a lungo senza quel sistema
politico; ma è
ugualmente vero che oggi questa custodia
presenta falle
preoccupanti. Sarebbe teoricamente un errore
e praticamente
impossibile il voler "ritornare indietro".
Il compito nostro
è di elaborare una teoria ed una prassi che
non rinnegando
nulla di ciò che di positivo c'era nel passato
prossimo e
meno prossimo, faccia una proposta migliore
di una "vita
giusta" in ordine ad una "vita
buona".
Scrive A. Panebianco: "Non si deve abdicare
alla difesa
attiva e vigorosa di quel poco di libertà
di cui godiamo. Né
si deve rinunciare allo sforzo di applicarla.
Si deve però
sapere che i nostri sforzi sfortunatamente,
non potranno mai
essere coronati da successo pieno. Anche
nella società che
chiamiamo libre la sfasatura fra la libertà
che vorremmo e
quella che abbiamo è dolorosamente destinata
a rimanere
molto ampia" [Il potere, lo Stato, la
libertà. La gracile
costituzione della società libera, il Mulino,
Bologna 2004,
pag. 308].
La proposta che ora facciamo sembra più adeguata
non a
sopprimere quella sfasatura, ma a renderla
meno ampia.
a.. LA GIUSTA E BUONA PARTECIPAZIONE
Inizio da un testo di J. Maritain che esprime
molto bene la
ispirazione di questa proposta: "Il
dramma delle democrazie
moderne è di aver cercato senza saperlo qualche
cosa di
buono: la città della persona, sotto la specie
di un errore:
la città dell'individuo, che conduce di per
sé a terribili
liquidazioni" [La persona e il bene
comune, ed. Morcelliana,
Brescia 1963, pag. 63]. Come possiamo realizzare
"la città
della persona"? Parto da alcuni presupposti
si carattere
ancora antropologici.
Il primo presupposto. Partendo dalla constatazione
ovvia che
il sociale umano si costituisce attraverso
la co-operazione
delle persone, è necessario partire dall'atto
della persona,
e quindi dal valore personalistico dell'agire
con gli altri
che istituisce la società.
Il valore personalistico consiste nel fatto
che l'azione sia
compiuta dalla persona e che in essa la persona
realizzi se
stessa; che mediante essa fiorisca la sua
umanità.
Questo valore è negato quando l'agire della
persona è
pre-determinato da altri fattori, e pertanto
la persona non
trova più in esso la realizzazione di se
stessa: non
vivrebbe nella città delle persone. Sarebbe
una città
ingiusta ed in essa la persona vivrebbe una
vita cattiva.
Il secondo presupposto. La modalità della
vita associata che
riconosce, difende e promuove il valore personalistico
dell'agire
con gli altri è la partecipazione, mediante
la quale la
persona realizza se stessa anche agendo con
gli altri, nell'agire
con gli altri. Ci sono beni umani che si
possono realizzare
solo agendo con gli altri, e la figura della
partecipazione
assicura precisamente il valore personalista
del proprio
atto senza ostare alla realizzazione degli
obiettivi comuni.
Sia la configurazione individualistica sia
la configurazione
totalitaria si oppongono alla configurazione
partecipativa e
la rendono impraticabile nella vita associata,
in quanto e l'una
e l'altra partono da un errore antropologico
fondamentale:
il bene dell'individuo [è qui il caso di
dire] si oppone al
bene comune o comunque l'uno è estraneo all'altro.
E
pertanto o il bene comune si riduce al "giusto"
nel senso
che abbiamo visto nella prima parte; oppure
il bene dell'individuo
va ricondotto alla costruzione di un sociale
imposto come
bene totale.
E l'una e l'altra configurazione rendono
impraticabile la
partecipazione, in quanto ritengono impossibile
una vera
integrazione fra il bene della persona ed
il bene comune. È
precisamente a questo livello che avviene
lo scontro fra la
"città della persona" e la "città
dell'individuo".
Il terzo presupposto. A quali condizioni
è possibile
configurare la città dell'uomo come "città
della persona"?
La domanda ha un duplice significato. Ha
un significato
descrittivo-ipotetico: "è possibile
se esistono."; ha un
significato normativo: "per realizzare
una vera
partecipazione bisogna che .". Consideriamoli
distintamente.
Secondo il primo significato, la partecipazione
è possibile
in quanto la persona umana è per la sua stessa
costituzione
comunionale; in quanto, di conseguenza, esiste
un bene umano
comune; in quanto storicamente la costituzione
comunionale
della persona ed il bene umano comune si
concretizzano in
una comunità di destino e di vocazione, in
una comunità
culturale precisa.
Nel secondo significato, la partecipazione
è possibile, cioè
concretamente praticabile, se ci si impegna
sul piano
oggettivo a realizzare un forma di convivenza
secondo alcuni
principi ultimamente ordinatori della vita
associata; se ci
si impegna sul piano soggettivo ad acquisire
alcune
attitudini permanenti [= virtù] capaci di
realizzare alcuni
valori fondamentali.
E siamo così arrivati, terminati i presupposti,
alle
configurazioni del rapporto fra "vita
giusta" e "vita buona"
nello stile della partecipazione.
2,1. A livello oggettivo. La forma di convivenza
che
obiettivamente assicura una vera partecipazione
è quella
costruita sulla base di alcuni principi fondamentali
la cui
esigenza morale riguarda le istituzioni,
le leggi, la
convivenza civile.
Questi principi sono i seguenti: la dignità
incondizionata
di ogni persona umana; la radicale uguaglianza
di tutti e di
ciascuno; la principalità del bene comune
proprio di ogni
forma espressiva della socialità umana e
costitutivo del suo
[di ogni forma] significato e ragione d'essere
della sua
realizzazione; il principio della sussidiarietà.
Non è compito di questo intervento scendere
ora ad una
analisi particolareggiata di ciascuno di
questi principi.
Ciò che volevo dire è che una società è giusta
tanto quanto
ispirata nella sua struttura e nella sua
costruzione da
questi principi.
Di conseguenza non ogni concezione di vita
buona è
ugualmente adeguata a costruire una città
giusta in questo
senso.
2,2. A livello soggettivo. Riprendo l'ultima
osservazione.
Una "città della persona", nel
senso spiegato sopra, esige
che i suoi cittadini posseggano alcune attitudini
spirituali.
Per individuarle, è necessario sviluppare
brevemente un tema
che sopra abbiamo appena accennato: il tema
del bene comune.
Esiste un vero e proprio bene comune che
è insito in ogni
particolare forma espressiva della socialità
umana: il bene
comune che è insito nella società coniugale
e le è proprio;
il bene comune insito nella comunità imprenditoriale
o
impresa, e così via. Il bene comune è parte
costituiva del
bene della persona, sia pure in grado e ragione
diversa a
seconda della forma espressiva della socialità.
Hanno una
particolare importanza le comunità naturali,
come la
famiglia e lo Stato. Il bene comune quindi
è il bene che
fonda ed istituisce ogni comunità umana:
ne è - dicevano gli
Scolastici - la "causa formale".
Le attitudini di cui parlavo sono le attitudini
della
persona verso il bene comune; per partecipare
alla sua
realizzazione. Insomma: quale "vita
buona" è adeguata per
costruire una "vita giusta"?
La prima e fondamentale attitudine è la solidarietà.
Essa
consiste nella disponibilità permanente a
prendersi cura
della realizzazione del bene comune proprio
della comunità.
Essa può/deve esprimersi in due modi fondamentali:
la
collaborazione; la opposizione. La prima
modalità connota il
prendere positivamente parte alla realizzazione
del bene
comune; la seconda consiste nella critica
ragionevole alla
modalità con cui si sta realizzando il bene
comune. Essa per
sé riguarda i mezzi non il fine. Quando l'opposizione
scendesse al livello del fine, ci troveremmo
in una
condizione di grave disgregazione della convivenza
sociale,
colla necessità di reinterrogarci sulle ragioni
ultime dell'essere,
vivere, operare insieme.
La seconda e fondamentale attitudine è il
dialogo. Essa
consiste nella disponibilità permanente ad
esibire
argomentazioni razionali circa il proprio
modo di realizzare
la solidarietà. È questa un'attitudine di
fondamentale
importanza, sulla quale sarebbe necessaria
una lunga
riflessione. Mi limito solo ad una.
Perché il dialogo rispetti la "vita
giusta" è necessario che
sia ispirato dalla convinzione che esista
una verità circa
il bene [comune] della persona; che pertanto
esso non deve
essere pensato come un conflitto tra avversari
in cui si
cerca di vincere, imponendo il proprio punto
di vista; che è
una ricerca comune della verità.
Non mi resta ora più il tempo per parlare
delle attitudini
viziose contrarie. Mi limito ad indicarle.
Alla solidarietà
si oppone sia il conformismo sia il disimpegno;
al dialogo
si oppone sia il relativismo che il fondamentalismo.
Concludo. La "vita giusta" non
consiste solo nel rispetto di
regole pattuite contrattualmente in modo
che ciascun
individuo sia ugualmente in grado di realizzate
la propria
concezione del bene. La "vita buona"
non consiste solo nella
realizzazione della propria concezione del
bene.
La "vista giusta" consiste nella
costruzione di una vita
associata nella quale sia possibile ad ogni
persona
realizzarsi mediante l'altro, e la comunità
sia una
dimensione costitutiva dell'autorealizzazione
personale.
La "vita buona" consiste nella
realizzazione della verità
circa il bene integrale della persona umana
comprendente
anche quelle virtù che consentono una vera
partecipazione
alla vita associata.
In breve: è necessario passare dalla "città
dell'individuo"
alla "città della persona", e quindi
riunire il giusto al
bene.
CONCLUSIONE
Quale fine quindi si propone questa Scuola
che oggi apriamo?
Quello di educare uomini e donne ad operare
quel passaggio e
quella riunificazione di cui parlavo.
Tale preparazione avviene ad un duplice livello:
a livello
del giudizio politico; a livello della condotta.
Il livello del giudizio politico denota la
capacità di
elaborare giudizi veri all'interno dei problemi
propri dei
fondamentali ambiti della vita civile e politica.
Veri
significa adeguati alla realtà umana ed in
grado di compiere
il passaggio alla "città della persona".
Il livello della condotta è l'educazione
a quelle attitudini
di cui ho parlato sopra.
La Scuola che oggi si apre si pone al primo
livello di
preparazione: è educazione al giudizio politico
.
+ Carlo Caffarra
Arcivescovo di Bologna
(C) ARCIDIOCESI DI BOLOGNA
C.S.G. - UFFICIO STAMPA - Via Altabella,