Che meraviglia.
Finalmente il migliore dei mondi possibili
si sta realizzando grazie ad un consapevole
programma legislativo che, come si legge
nell'editoriale di Stefano Rodotà, "Il
dolore e la politica" (La Repubblica
di ieri) tenderebbe a togliere il dolore,
lenire la sofferenza, guarire i malati, assistere
i morenti, dare nuove risposte ai disagi
della vita e delle relazioni umane: insomma,
si sta davvero
avverando la promessa di organizzare per
tutti un po' di felicità (e per di più la
felicità che ognuno si sceglie da sé).
Le suadenti parole di Rodotà, che sembra
aver perso quella sobrietà che gli abbiamo
spesso riconosciuto, non possono però impedirci
di ragionare sulle questioni concrete di
cui va parlando, che non possono essere tutte
accomunate sotto il tema della liberazione
dal dolore e dalla sofferenza.
Rodotà mette insieme questioni eterogenee,
che vanno dalla decisione di permettere lo
sfruttamento degli embrioni per la ricerca
sulle cellule staminali, alla promozione
di tecniche per la palliazione del dolore,
dal via libera alla Ru 486 come tecnica abortiva
standard fino all'introduzione delle direttive
anticipate e alla regolamentazione giuridica
delle varie forme di unioni di fatto.
Scelte che hanno contenuti e significati
che non possono affatto essere rubricati
sotto lo slogan mistificatorio della lotta
al dolore e alla sofferenza; così come è
mistificante ritenere che coloro che si oppongono
ad alcune di quelle proposte di governo siano
animati da spirito dolorifico o, peggio,
da una sorta di sadismo reazionario e paternalista.
Qual è il significato di questa strategia
argomentativa artificiosamente unitaria?
Non possiamo né credere né pensare che Rodotà
non colga le differenze tra i temi proposti.
L'impressione è che si tratti di un disegno
che tende a forgiare i costumi di un Paese
attraverso un'operazione che vuole togliere
dignità a quanti ritengono che ci sono modi
differenti per rispondere alle esigenze di
emancipazione dal dolore, di promozione della
libertà e della dignità umana.
Un disegno, quello di Rodotà, che ha il sapore
antico e amaro delle ideologie di un tempo,
tese a soffocare la libertà del pensiero
e la libertà della discussione sulle questioni
che mettono in gioco l'idea di uomo che noi
abbiamo, il significato stesso della solidarietà
umana e della dignità della persona.
Di fronte alle questioni più significative
sul piano culturale non si può inoltre, in
nome dell'apertura ad "una realtà mobile",
considerare irrilevante il patto con gli
elettori, rendendo superflui quei contenuti
programmatici in base ai quali le coalizioni
politiche chiedono e magari ottengo il consenso
per il governo della casa comune.
Dal sogno si passa subito all'incubo se si
prende sul serio la trionfante affermazione
di Rodotà "Non era mai accaduto che
la vita nelle sue varie sfaccettature fosse
oggetto di un consapevole programma di governo".
Contrariamente alla sua tesi, questa è l'essenza
stessa della biopolitica che inizia con l'annullare
lo specifico etico delle diverse questioni
in esame per finire con il promuovere l'idea,
come scrive sempre Rodotà, di "un legislatore
che accorcia la sua distanza dalle persone",
pensando forse di diventare il fondamento
del bene e del male.