Monsignor Stagni attacca la decisione di
un'azienda
locale di prevedere benefici legali e finanziari
anche
a coppie di fatto e gay
In una società globalizzata, i Pacs arrivano
da
Oltreoceano e approdano a Faenza, previsti
da un
accordo sindacale firmato fra i dirigenti
di una
multinazionale americana, proprietaria della
locale
azienda Cisa, ed i rappresentanti sindacali
dei 500
dipendenti della ditta che costruisce serrature.
Una scelta che ha provocato la decisa presa
di
posizione del vescovo di Faenza-Modigliana,
Claudio
Stagni, intervenuto con una riflessione «Pensiero
di
mezza estate sui Pacs», pubblicata sul settimanale
diocesano «Il Piccolo».
«L'accettazione quasi rassegnata di questa
cosa (i
politici sono in ferie) - scrive il vescovo
Stagni -
deve fare riflettere. In Italia non esiste
ancora una
legge; se ne sta parlando, è vero, ma non
pare ci sia
un accordo vicino e in ogni caso sono molti
i problemi
da affrontare, sempre che ci si debba arrivare».
Il presule pone poi alcune domande: «Le coppie
che
avranno il trattamento di favore previsto
nell'accordo
Cisa, nella denuncia delle tasse, faranno
il cumulo
dei redditi (con i balzelli relativi), come
fanno le
coppie sposate o avranno anche quest'ulteriore
privilegio? Come mai tanto zelo nel dare
per scontata
una cosa, che invece è molto complessa nella
sua
impostazione concettuale, e nella sua attuazione
pratica? Perché si vuole a tutti i costi
far passare
come normale una cosa che normale non è?
Non ci si
servirà anche questa volta del sofisma: io
certe cose
non le faccio, ma se qualcuno le vuole fare,
perché
proibirglielo?»
Un'autoassoluzione che non piace al vescovo.
«E pensare - prosegue il presule - che il
guaio del
nostro tempo più che nel fare il male, sta
nell'approvarlo. Il male è sempre esistito,
ma almeno
si sapeva cosa era male e cosa era bene.
Ora si vuole
a tutti i costi mescolare le carte in tavola,
e con i
mezzi potenti della comunicazione sociale
ci si
riuscirebbe, se non ci fosse quel rompiscatole
della
Chiesa cattolica».
Un giudizio duro che mons. Stagni ribadisce
citando le
sacre Scritture. «Già Isaia - continua -
diceva: "Guai
a coloro che chiamano bene il male e male
il bene", e
S. Paolo nella lettera ai Romani, dopo aver
ricordato
certe cose, condanna fortemente coloro che
"non solo
continuano a farle, ma anche approvano chi
le fa", che
è peggio».
Un giudizio negativo su tutta la linea, dunque,
che
comprende l'accordo stesso.
«Da quando in qua - si domanda il presule
- gli
industriali concedono un vantaggio non previsto
dalla
legge? Ci deve essere una qualche ragione
nascosta.
Per dirla in soldoni: dov'è la fregatura?
Si è parlato
della multinazionale americana proprietaria,
che
sarebbe di larghe vedute. Ma più realisticamente
credo
che gli americani sappiano per esperienza
che lo
sfacelo della famiglia produce una società
corrotta e
violenta, per cui la gente deve chiudersi
in casa con
cancelli e protezioni varie. In fondo la
Cisa -
conclude il vescovo ironizzando sul prodotto
dell'azienda - vende serrature».
L'intervento di monsignor Stagni non è stato
isolato.
Il vescovo di Imola, Tommaso Ghirelli, delegato
per la
pastorale del lavoro della conferenza episcopale
regionale dell'Emilia Romagna, commentando
l'accordo
Cisa aveva messo in evidenza come nell'attuale
società
cresca l'attenzione per l'individuo a scapito
della
famiglia.
In questo caso l'azienda elargisce benefici
a coloro
che non intendono assumersi responsabilità
stabili di
famiglia.
Non importa che si tratti di matrimonio religioso
o
civile.
«Il matrimonio - aveva spiegato Ghirelli
- è un atto
pubblico, alla base di una società giuridicamente
strutturata». Chi non sta a queste condizioni
rischia
di non essere in grado di assumersi nemmeno
responsabilità sul lavoro.
Intervenendo in un quotidiano nazionale sui
fatti
faentini, il vescovo di Como, Alessandro
Maggiolini,
da parte sua aveva messo in evidenza come
alla base di
un simile accordo sia l'aspetto economico
a prevalere,
tendenza molto diffusa nella società occidentale.
In questo modo, «resta ai margini l'aspetto
della
solidarietà, che sta alla base del matrimonio,
con
tutta la fatica della donazione e del sacrificio
che
esso comporta».
Per Maggiolini le libere unioni sfuggono
a
quest'aspetto di responsabilità, per privilegiare
il
«fremito del cuore e l'euforia oscillante»,
col
rischio che le due solitudini rimangano ben
presto
tali.
da Rimini Quinto Cappelli
Avvenire, 30-8-2006
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