EUTANASIA: IL SIGNFICATO DELLE PAROLE
di Michele Aramini
(C) Avvenire, 27-9-2006
Alle parole occorre dare il loro significato,
senza lasciare
che gli slogan e le opinioni per sentito
dire abbiamo il
sopravvento sui ragionamenti basati su dati
di fatto e
definizioni adeguate.
È il motivo di questa pagina dove vengono
puntualizzati
alcuni dei termini delle questioni dibattute
in questi
giorni in tema di eutanasia, testamento biologico,
accanimento terapeutico e libertà di essere
o meno curati
secondo la propria volontà.
Ci guida Michele Aramini, autore di alcuni
volumi di
bioetica (nel 2006 un «Manuale di bioetica
per tutti») e
docente di Introduzione alla teologia all'Università
Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Si sentono spesso discorsi che puntano sull'emotività
dei
casi limite, cioè di quei malati in condizioni
talmente
dolorose e senza speranza di recupero, da
suscitare profonda
compassione in chiunque.
Ma che qualcuno traduce nella possibilità,
per far cessare
le sofferenze, di «uccidere per amore», una
contraddizione
in termini. Dimenticando che le moderne terapie
sono in
grado, quando non è più possibile curare
una malattia
irreversibile, almeno controllarne l'aspetto
più
angosciante: il dolore.
Viene spesso sottolineato anche il tema della
libertà e
dell'autodeterminazione dell'individuo, volutamente
ignorando - come la saggezza popolare riconosce
da tempo -
che nessun uomo è un isola, che le nostre
esistenze sono
inevitabilmente intrecciate a quelle dei
nostri simili nelle
comunità in cui viviamo. E che in nessun
modo un medico -
che ha giurato sul testo di Ippocrate «di
non compiere mai
atti idonei a provocare deliberatamente la
morte di un
paziente» - potrebbe essere obbligato a compiere
atti
eutanasici, pena l'abdicare totalmente alla
propria
missione.
Perché continuiamo a ritenere che chi si
dedica all'arte
medica non abbracci solo una professione,
spesso
remunerativa, ma abbia in animo anche di
dedicarsi -
operando in scienza e coscienza - al bene
dei suoi simili.
EUTANASIA
CAUSARE VOLUTAMENTE LA MORTE DI UN PAZIENTE
Il Comitato nazionale per la Bioetica (Cnb)
ha definito
l'eutanasia come l'uccisione «diretta e volontaria
di un
paziente terminale in condizioni di grave
sofferenza e su
sua richiesta» (documento del 14 luglio 1995).
In altri
termini essa consiste nel mettere in atto,
intenzionalmente
e volontariamente, azioni o omissioni che
causano
direttamente la morte di un paziente che
si trovi nello
stadio terminale della malattia di cui è
affetto e che abbia
chiesto o chieda di morire. Nella stessa
linea si pone
l'enciclica «Evangelium vitae» (n. 65): «Per
eutanasia in
senso vero e proprio - vi si legge - si deve
intendere
un'azione o un'omissione che di natura sua
e nelle
intenzioni procura la morte, allo scopo di
eliminare ogni
dolore». I significati della parola eutanasia
sono mutati
nel corso del tempo. Nella cultura romana
aveva
principalmente il significato di «morte bella»,
nel senso
anche di eroica. Oggi si intende invece l'«uccisione
intenzionale attuata con metodi indolori
per pietà». Non si
può parlare di eutanasia nel caso di una
persona che non sia
morente oppure sia affetta da una malattia
che, per quanto
dolorosa, non la conduca necessariamente
e rapidamente alla
morte. Si può parlare della distinzione tra
eutanasia
diretta e indiretta. La prima è quella che
abbiamo definito,
la seconda è quella che si produce come effetto
secondario
di un trattamento medico, quale la terapia
antidolorifica.
CURE PALLIATIVE
Presa in carico totali di chi si avvia al
tramonto della
vita
Il punto qualificante delle cure palliative
è quello di
essere cure attive e globali, effettuate
sulle persone
affette da un male inguaribile, in cui le
cure specifiche
per la malattia non hanno alcuna risposta.
Il loro obiettivo
è quello di non prolungare la vita, ma di
migliorarne la
qualità alleviando le sofferenze.
Per definizione le cure palliative sono multidisciplinari.
Infatti del malato non si prende cura solo
il medico, ma
anche l'infermiere, lo psicologo, il ministro
di culto, la
famiglia e anche i volontari adeguatamente
preparati.
Uno degli elementi centrali delle cure palliative
è la
somministrazione di farmaci antidolorifici
di varie famiglie
(oppioidi e non oppioidi). Il solo uso dei
farmaci
antidolorifici semplici ha permesso di alleviare
l'80% delle
situazioni di dolore. Nonostante la semplicità
d'uso di
questi farmaci, in alcuni casi essi non vengono
ancora
adoperati, o per resistenze culturali o per
mancanza di
disponibilità dei farmaci, quali la morfina.
È urgente che le associazioni professionali
dei medici
(anche dei Paesi occidentali) si aggiornino
nel campo delle
cure palliative, secondo gli orientamenti
formulati dal
Comitato etico dell'Associazione europea
di Cure palliative.
Dati recentemente forniti da un rapporto
su alcuni Centri
ospedalieri americani evidenziano che il
dolore è
controllato adeguatamente solo nel 45% dei
casi. Da qui la
necessità di diffondere un'educazione che
coinvolga le
università, le specialità mediche, le scuole
infermieristiche e l'opinione pubblica.
ACCANIMENTO TERAPEUTICO
TRATTAMENTO INUTILE, FONTE DI SOFFERENZA
Si tratta di «un trattamento di documentata
inefficacia in
relazione all'obiettivo, a cui si aggiunga
la presenza di un
rischio elevato o una particolare gravosità
per il paziente,
con un'ulteriore sofferenza in cui l'eccezionalità
dei mezzi
adoperati risulta chiaramente sproporzionata
agli obiettivi»
(Corrado Manni, 1995). Esiste un'esigenza
di proporzione fra
mezzi terapeutici e condizioni del paziente.
In casi
obiettivamente disperati non ha senso alcuno
effettuare un
intervento chirurgico, o somministrare un
farmaco, o
iniziare tentativi di riabilitazione. L'accanimento
terapeutico, infatti, non è l'atteggiamento
del medico che
«fa di tutto» per strappare alla morte un
paziente, o per
prolungare, seppure di poco, la sua vita.
Risponde piuttosto
all'atteggiamento del medico che, pur sapendo
di avere fatto
ormai tutto il possibile, continua ostinatamente
a
sottoporre il malato a trattamenti inutili
e gravosi, che
non possono avere altro effetto se non quello
di prolungare
l'agonia. In modo errato, alcuni ritengono
che accanimento
terapeutico significhi semplicemente «essere
tenuti in vita
in condizioni precarie», quando ci si trova
sopraffatti dal
dolore e quando «il desiderio di vivere si
è spento». In
questo senso, il concetto si identificherebbe
con la
volontà - di medici insensibili - di conservare
ostinatamente la vita del paziente anche
se questi non sa
più che farsene. In altre parole, se con
il rifiuto
dell'accanimento terapeutico si intende la
negazione di
tutte quelle misure artificiali che tengono
in vita in fase
critica o terminale precisamente perché il
paziente chiede
di morire (oppure il medico vuole farlo morire),
allora si
rientra pienamente nella situazione dell'eutanasia,
cioè
nella volontà di porre fine, con azioni od
omissioni alla
vita di un malato per eliminare ogni dolore.
Secondo tale
concezione, non sarebbero eventuali trattamenti
gravosi e
inutili a costituire una forma di accanimento,
ma sarebbe un
accanimento il fatto stesso di mantenere
in vita un morente
o un malato grave. In questa linea si dovrebbero
togliere la
gran parte dei mezzi di sostegno vitale in
fase terminale o
nelle malattie croniche e invalidanti, con
il risultato di
far morire i pazienti.
TESTAMENTO BIOLOGICO
INDICAZIONE DELLE CURE CHE UN SOGGETTO ACCETTA
Il 18 dicembre 2003 il Comitato nazionale
per la Bioetica ha
emanato un documento sulle dichiarazioni
anticipate di
trattamento. Secondo tale documento il testamento
biologico
è una indicazione sottoscritta dal paziente
con la quale
egli manifesta alcune semplici indicazioni
sulle forme di
assistenza che desidera ricevere o non ricevere
in
condizioni di incapacità, senza porre comunque
un totale
vincolo sul medico ed escludendo alcune richieste:
ad
esempio la sospensione di idratazione e alimentazione
artificiale, e in generale le richieste eutanasiche,
che
caricherebbero il personale sanitario di
una intollerabile
responsabilità sulla morte dei pazienti.
Per la verità il
valore consultivo sulle preferenze di trattamento
dei
pazienti (per evitare forme di accanimento
terapeutico),
anche redatte in anticipo o comunicate a
terzi, esiste già,
così come il divieto di praticare l'eutanasia,
già sancito
dalla legge con il generale divieto di uccisione
di
consenzienti.
Il tema è stato però ripreso dai sostenitori
dell'eutanasia,
che desiderano usare il testamento biologico
come
espressione della più completa possibilità
di
«autodeterminazione» del paziente rispetto
alla propria
morte in caso di incoscienza o di incapacità
decisionale.
L'intenzione è esplicitamente pro-eutanasia.
Infatti nei
moduli predisposti dal comitato promosso
dall'oncologo
Umberto Veronesi si ritrova la possibilità
per il paziente
di decidere autonomamente i tempi e i modi
della propria
morte, avvalendosi di un presunto diritto
di morire, che
sarebbe addirittura speculare al diritto
di vivere. Con il
testamento biologico così inteso si vuole
consentire
l'esercizio di questo inesistente diritto.
SUICIDIO ASSISTITITO
RICHIESTA DI OTTENERE GLI STRUMENTI DI MORTE
Questo tipo di suicidio consiste nella richiesta
che una
persona gravemente malata (ma non in stato
di malattia
terminale e quindi non prossima alla morte)
fa in piena
coscienza e in stato di lucidità mentale
al medico o a un
parente o a un amico di procurarle un farmaco
che, una volta
assunto, le dia la morte.
La differenza rispetto all'eutanasia sta
nel fatto che è la
persona stessa che si procura la morte ingerendo
un farmaco
mortale che un'altra persona le ha procurato:
si tratta cioè
di un suicidio, sia pure «assistito», a cui
ha contribuito
un'altra persona, non di un omicidio, come
l'atto eutanasico
positivo od omissivo compiuto da un'altra
persona, sia pure
su richiesta della persona malata.
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