La più estrema delle fragilità
La prima parte di un notissimo pensiero di Pascal descrive esattamente la fragilità umana: "L'uomo non è che un giunco, il più debole della natura; ma è un giunco pensante. Non occorre che l'universo intero si armi per schiacciarlo; un vapore, una goccia d'acqua è sufficiente per ucciderlo". La fragilità è certamente un inevitabile incontro per l'uomo.
La si vede nei malati, negli affamati, nei senza casa, nei disoccupati, nelle vittime della violenza, nei barboni, in quelli che chiamiamo “residui manicomialiâ€, nei profughi, negli extracomunitari che fuggono dal loro paese su zattere pericolanti, nei bambini abbandonati, nelle persone sole, nei poveri in genere.
La incontriamo nelle nostre case quando un nostro familiare è aggredito da un morbo incurabile o è costretto a letto dalla vecchiaia. Ci imbattiamo in lei sulle strade quando compaiono una macchina sfasciata e un corpo a terra.
Ce la mostrano come spettacolo sulle televisioni e sui giornali, nella cronaca di maremoti, terremoti, attentati terroristici, guerre. Ci commuove negli occhi spauriti di bambini del terzo mondo, molestati da insetti e dalla pancia gonfia.
C'è la fragilità del corpo e quella dell'anima: la debolezza di fronte alla suggestione dell'ambiente, dei mezzi di comunicazione di massa, del denaro.
La sperimentiamo dentro di noi quando cediamo ai demoni dell'egoismo, della menzogna, di una libertà corrotta e di una ricerca di piacere nemica della felicità . Ma la incontriamo in noi anche quando siamo vittime dei nostri incolpevoli limiti o dell'altrui disprezzo.
Sappiamo bene quale è il sigillo finale della nostra comune fragilità: è la morte.
Ma vogliamo sapere chi tra i viventi è il più fragile. Facciamo un esperimento mentale. Poniamo di fronte a noi l'uomo, che, pur come tutti destinato a morire, è oggi il meno fragile: è forte, ricco, intelligente, bello, potente, stimato, giovane.
Togliamogli, ad una ad una, tutte queste qualità : la forza, la ricchezza, l'intelligenza, la bellezza, il potere, la stima, la giovinezza. Diviene simile ad uno dei tanti esseri viventi che abbiamo ricordato. Ma non è ancora il più fragile. Ognuno di noi di fronte alla morte diviene fragilissimo, ma forse ha ancora qualcosa: una storia che ha lasciato una traccia, una memoria che almeno nei figli e parenti resta, una visibilità che stringe il cuore di chi gli sta accanto. La nostra fragilità è estrema quando stiamo per scomparire dall'esistenza terrena - E' ancora più estrema quando dal nulla cominciamo ad esistere. All'inizio l'uomo è quasi nulla: appena visibile al microscopio non ha neppure la forma umana. Non possiede nulla. Non può nulla. Può solo confidare nell'accoglienza di una donna.
Il potere degli adulti si è particolarmente accanito contro la sua "insignificanza". Hanno studiato per anni, hanno investito molto denaro in aziende, per rendere la sua morte "insignificante", come è banale inghiottire una pillola e bere un bicchiere d'acqua per farla giungere rapidamente nello stomaco. Ma neppure così la fragilità umana raggiunge il suo vertice. C'è, almeno, un cuore di donna, capace di amare e che, comunque, si può inquietare e può avere uno scatto di coraggio. Ma ora c'è la freddezza dei laboratori biotecnologici, dove si può entrare dal nulla all'esistenza dentro una provetta ed essere esaminati, selezionati, buttati via, congelati, usati per esperimenti.
Non si può parlare della fragilità umana
dimenticando questa insuperabile fragilità .
La seconda parte del pensiero di Pascal così
continua: “ma quand’anche l’Universo intero
lo schiacciasse, l’Uomo sarebbe sempre più
nobile di ciò che l’uccide, perchè egli sa
di morire e conosce la superiorità che l’universo
ha su di lui; l’universo, invece, non ne
sa nulla”.
Fragilissimo, tuttavia, l’uomo ha in sé qualcosa
di così straodinariamente grande che fa esclamare
al salmista: “Se guardo il cielo, opera delle
tue dita – la luna e le stelle che tu hai
fissate – che cosa è l’uomo perché te ne
ricordi – e il figlio dell’uomo perché tu
te ne curi ? – Eppure l’hai fatto poco meno
degli angeli – di gloria e di onore lo hai
coronato”.
Possono queste parole essere pronunciate
anche di fronte ad uno zigote in provetta?
La sfida non riguarda soltanto il soggetto
osservato, riguarda soprattutto il soggetto
osservante. Abbiamo la capacità tipica dell’uomo
che ci rende capaci di vedere oltre il visibile,
di guardare con gli occhi della mente, di
intuire l’essenza di ciò che sta di fronte
a noi o abbiamo smarrito questa attitudine
di “leggere dentro” (intus legere= intelligenza)
per cui siamo esseri umani e non animali?
Nel caso dell’aborto c’è un’altra fragilità
da considerare: quella della madre. Bombardata
da messaggi mediatici che le dicono: “non
essere stupida! Sii moderna! Il figlio non
c’è”; lasciata sola dai più vicini che, nelle
migliori delle ipotesi le dicono “è affare
tuo, veditela te”; sconvolta nei suoi progetti
di vita; spesso sospinta dai medici la cui
autorità è sempre grande nei confronti del
paziente, ma lo è ancor più nei confronti
di una giovane donna inquieta e angosciata;
anche ella è davvero fragile. Non sempre
è così, ma spesso lo è. Sola nella decisione
distruttiva, più sola ancora spesso ella
resta nel suo lutto segreto, che non vorrà
confidare a nessuno, che pochi capirebbero.
Si parla spesso, giustamente, della “strage
di innocenti”, ma poco del soffocamento di
tante giovinezze femminili.
Forse la comunità cristiana non conosce ancora
bene questa fragilità. O forse certi persistenti
silenzi sull’aborto derivano da una sorta
di delicatezza verso di essa: per non ferire,
per non ricordare. Ma come non meditare sul
fatto che i quattromilioni e mezzo di aborti
legali (con quelli illegali la cifra va aumentata
di molto) significano anche milioni di madri
attese, nonostante tutto, dal “popolo della
vita”?
Questa doppia fragilità, del figlio e della
madre, è davvero particolare, perché l’una
determina l’altra e perché la debolezza del
figlio non può trovare altro efficace soccorso
se non nella mente e nel cuore della madre.
E questa, a sua volta, è in grado di cambiare
la sua fragilità in forza gloriosa se riconosce
il figlio eliminandone la fragilità e facendosi
la lui ispirare. Perciò, per superare questa
doppia povertà restituendo alla donna la
libertà di non abortire, bisogna bonificare
l’ambiente dai messaggi inquinanti e bisogna
confortare il coraggio dei genitori, dei
parenti, della madre.
La condizione prima è che il figlio sia riconosciuto
come figlio, come uno di noi. La percezione
dell’aborto vuole la parola. Una parola amica,
una parola “accanto” e non “contro”, ma vuole
la parola. La vuole la società nel suo insieme
per rimuovere i suggerimenti di morte e suscitare,
invece, azioni di solidarietà; la vuole la
madre per ritrovare coraggio; la vuole soprattutto
il figlio per essere riconosciuto e vivere.
Almeno abituiamoci a inserire nell’elenco
dei “poveri” anche il bambino non nato.
Almeno collochiamo anche il volontariato
per la vita tra le strutture della carità
cristiana e della solidarietà umana.
Almeno quando preghiamo per i poveri e per
i fragili, preghiamo anche per i bambini
non nati, per le loro madri, per le loro
famiglie.
Sì alla Vita - Carlo Casini