Intervista rilasciata alla rivista Radici
Cristiane
"L'Italia in bilico. Commento a caldo
di Giovanni Cantoni sul voto del 9 e 10 aprile
2006"
a cura Emanuele Gagliardi
Il Centrosinistra brinda. Alla Camera lo
scarto
tra L'Unione e la Casa delle libertà è di soli 25.224 voti,
al Senato la differenza è appena di due seggi (158 contro i
156 della Cdl), ma Prodi esulta: «Una vittoria che ci
permette di governare». Lo aspettiamo alla prova dei
fatti... Di certo, per ora, c'è che il professore e la sua
policroma coalizione non hanno convinto mentre, d'altro
canto, gli elettori hanno dimostrato che valori veri, come
la famiglia, la vita, la religione, riescono a concentrare
consensi al di là dell'approvazione sull'operato del governo
uscente.
Il 10 aprile, poche ore dopo la pubblicazione
dei risultati ufficiali, abbiamo raccolto un commento a
caldo di Giovanni Cantoni, fondatore e reggente nazionale
dell'associazione di apostolato culturale Alleanza Cattolica
e direttore della rivista bimestrale Cristianità, organo
ufficiale di tale associazione.
Come interpreta questo inaspettato risultato
di stringente parità?
Quando ho dato la mia disponibilità a fare qualche commento
ai risultati della tornata elettorale non immaginavo di
fronte a quale difficoltà mi sarei trovato. Diversamente,
forse, avrei tergiversato o sarei stato più prudente. Poiché
il risultato è a più titoli inconsueto, un formale pareggio,
sia come conseguenza della nuova legge elettorale che
combina proporzionale e maggioritario, sia come espressione
della situazione del corpo sociale, penso che il miglior
commento possa consistere in un tentativo di ricostruzione
dell'itinerario di cui l'episodio elettorale costituisce il
passaggio più recente.
L'esito di queste elezioni è anche conseguenza di un
processo storico insito alla società italiana?
Credo che il punto di partenza debba essere il famoso 18
aprile 1948, l'autentica data fondativa dello Stato italiano
com'è grosso modo ancora oggi, almeno nelle sue grandi linee
e nelle intenzioni.
Il corpo sociale uscito dalla II guerra mondiale, con un'appendice
civile, si trova di fronte all'ipotesi di cadere sotto un
regime socialcomunista. Sa della Conferenza di Jalta, tenuta
in URSS nel 1945, ma non sa degli accordi e della divisione
del mondo fra le potenze alleate.
Quindi non aspetta che altri lo salvino, anche se sospetta
che altri lo abbia salvato alla fine della guerra, e non fa
proprio il mito della Resistenza. P
ensa «Aiutati che Dio t'aiuta» e, nonostante la
debilitazione, trova la forza di rispondere, in un lasso di
tempo straordinariamente esiguo - pochi mesi -, all'appello
dei Comitati Civici e del loro animatore, il professor Luigi
Gedda, uno scienziato cattolico.
Com'era accaduto negli anni seguenti la Rivoluzione del
1789, quando Napoleone aveva tentato di esportarne i
princìpi in Italia, il popolo italiano insorge. Il 1948 è
una sorta d'«insorgenza» non cruenta.
Il rischio del regime rosso è scongiurato, anche se i
vincitori della battaglia elettorale non sono gli
organizzatori della pace. Infatti, conformemente alla natura
d'insorgenza dell'azione attuata, cioè all'essere frutto di
una mentalità, di una costellazione di valori e di giudizi
depositati nel corso del tempo nel corpo sociale, gli
animatori di tale azione vengono fatti cadere nell'oblio,
«silenziati» e derubati della vittoria. In termini marxisti,
si può dire che l'insorgenza viene «ricuperata» dalla cupola
democristiana. Comincia così il lungo itinerario che porterà
dal 1948 al 1960, all'apertura a sinistra poi, nel 1992, a
Tangentopoli.
Esiste un'analogia tra l'«insorgenza» del 1948 ed episodi
della storia più recente?
Un'apparente digressione può aiutare a comprendere la
situazione.
Con l'espressione I° Potere politico s'intende il Potere
Legislativo; con II° Potere politico l'Esecutivo; con III°
Potere politico il Potere Giudiziario; con IV° Potere (I°
Potere sociale) il Potere Massmediatico e Culturale, in
tutta la gamma che va dalla gestione degli asili nido ai
centri di ricerca universitari, a quella della stampa, della
radio, della televisione e del cinema; con V° Potere (II°
Potere sociale) il Potere della Chiesa come soggetto
sociale; con VI° Potere (III° Potere sociale) il Potere
Economico lato sensu e finalmente, con VII° potere (IV°
potere sociale) il Potere Sindacale.
Ebbene, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, la
Repubblica Italiana vede un'egemonia socialcomunista
pressoché totale sul mondo del IV° Potere attraverso gli
operatori del settore; una presenza consistente in quelli
del I°, del III° e del VII° Potere; una pressione
determinante in quello del II° Potere, mentre non sono
assolutamente irrilevanti le infiltrazioni nel V° e nel VI°.
Stando così le cose quando, nel 1994, sta per prodursi l'esito
paradossale dell'operazione di lungo periodo intesa alla
conquista della titolarità del governo, cioè quando un
partito socialcomunista sta per andare al governo in una
Stato occidentale dopo la caduta del Muro di Berlino, si
produce una nuova insorgenza, non più guidata da un
professor Gedda o da un suo simile, ma, attraverso Forza
Italia e la Casa delle Libertà, dal cavalier Silvio
Berlusconi, un imprenditore, un esponente della società com'è
diventata dopo decenni di debilitazione morale e culturale.
Le vicende seguenti sono cronaca, anche se la memoria è
sempre più corta.
Anche il voto del 9 aprile 2006 rappresenta una
«insorgenza»?
Il risultato del 9 aprile 2006, è in un certo senso un nuovo
18 aprile 1948. Abbiamo visto schierate in campo, contro il
governo degli uomini del buon senso, tutte le lobbies
culturali, massmediatiche ed economiche, intenzionate
stavolta a realizzare non un regime socialcomunista - dal
1948 è passata molta acqua sotto i ponti - bensì una
rivoluzione culturale, quella che uno dei miei maestri, il
pensatore e uomo d'azione brasiliano Plinio Corrêa de
Oliveira, chiama IV Rivoluzione, e della quale è modello l'operato
di Zapatero nel Regno di Spagna.
Mentre la propaganda procede alla demonizzazione a tutto
campo del leader dell'insorgenza del 1994, presentando la
situazione oggettivamente difficile - e non poco complicata
dall'aggressione patita dall'Occidente l'11 settembre 2001 -
come lo scontro fra «i ricchi» e «i poveri», il cavalier
Berlusconi si «distrae» dal proficuo impegno di governo e ne
indica la natura nello scontro fra la società e lo «Stato
moderno», fra il corpo sociale in via di rianimazione -
inevitabilmente lenta e difficile come ogni convalescenza -
e l'invadenza sclerotizzante statuale e burocratica.
Quindi fra «ricchi gestori del potere» e «poveri titolari
del governo».
I moniti della Chiesa sui valori irrinunciabili
della vita e
della famiglia possono aver inciso sulla scelta elettorale?
La gerarchia ecclesiastica segnala puntualmente ai
cattolici, e a tutti coloro che vogliano prestarle ascolto,
le priorità cui guardare per formare il proprio giudizio: la
vita, la famiglia e l'educazione. Nella prospettiva d'impedire
che le lobbies demoralizzanti possano acquisire lo status di
enti statali.
Ritiene possibili derive «zapateriste» nel nostro Paese?
Se mi permette un'autocitazione ricordo che, negli anni 1970
e 1980, ho qualificato la resistenza del corpo sociale
italiano all'aggressione socialcomunista come «lezione
italiana».
Ebbene, il recente esito elettorale - un esito
straordinario - dice almeno che tale «lezione», per quanto
spossata, non è esaurita. Certo, non è in grado di
contrastare vittoriosamente l'aggressione della rivoluzione
culturale.
Ma il governo dell'Unione, un partito radicale di massa,
esiguamente vincente non è tale, o almeno tale non sembra,
da potersi permettere un esercizio «imprudente» del potere
che per altre vie possiede.
Quale linee di azione suggerisce il voto del 9 e 10 aprile
per quanti hanno dimostrato di voler continuare a difendere
i valori fondanti della nostra società?
Se è lecito trarre conclusioni dalle osservazioni proposte,
credo possano essere le seguenti.
Se la «lezione italiana» è in via di esaurimento, s'impone
una riproposizione delle condizioni di cui gli esiti
politici sono semplici ricadute; s'impone un'azione
pre-politica, che non esclude quella politica, ma
costituisce la premessa del suo rinnovamento e della sua
qualità.
Il corpo sociale è vissuto a lungo - tanto insperatamente
quanto inconsapevolmente - di eredità, di «tradizione».
Ma la «tradizione» è «progresso trasmesso», è «trasmissione
del progresso». Progredire vuol dire passare dall'ignoranza
alla conoscenza, per poi servirsi in modo morale di tale
conoscenza.
Come ricorda il cardinale Ruini, presidente della CEI,
citando Tertulliano, «cristiani si diventa, non si nasce».
Allo stesso modo, la civiltà necessita di essere trasmessa:
«uomini civili si diventa, non si nasce».
Quindi s'impone un'opera di apostolato culturale che non
mira alla politica di partito, ma senza la cui esistenza la
politica di partito si esaurisce, perde le proprie
motivazioni più profonde.
Il quadro che offre il corpo sociale italiano attraverso l'esito
elettorale è quello di una realtà in bilico, che abbisogna
di venire riequilibrata. Si tratta di un'immagine che può
descrivere correttamente il da farsi, prima che lo
squilibrio porti a precipitare in una situazione che non
qualifico come definitiva - la storia continua e nessuno sa
quando finisce -, ma certamente come ancora più difficile di
quella che abbiamo di fronte.
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