"La laicità e le laicità"
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 10 dicembre
2006.- Pubblichiamo di seguito il
discorso pronunciato da Benedetto XVI nel
ricevere in udienza questo sabato
i partecipanti al 56° Convegno Nazionale
promosso dall'Unione Giuristi
Cattolici Italiani sul tema: "La laicità
e le laicità".
Cari fratelli e sorelle,
benvenuti a quest'incontro che ha luogo nel
contesto del vostro Congresso
nazionale di studio dedicato al tema: "La
laicità e le laicità". Rivolgo a
ciascuno di Voi il mio cordiale saluto, a
cominciare dal Presidente della
vostra benemerita Associazione, il Prof.
Francesco D'Agostino. A lui sono
grato anche per essersi fatto interprete
dei vostri comuni sentimenti e per
avermi brevemente illustrato le finalità
della vostra azione sociale ed
apostolica. Il Convegno affronta un tema,
quello della laicità, che è di
grande interesse, perché mette in rilievo
come nel mondo di oggi la laicità
sia intesa in varie maniere: non c'è una
sola laicità, ma diverse, o,
meglio, ci sono molteplici maniere di intendere
e di vivere la laicità,
maniere talora opposte e persino contraddittorie
tra loro. L'aver dedicato
questi giorni allo studio della laicità e
dei modi differenti di intenderla
e di attuarla, vi ha portato nel vivo del
dibattito in corso, un dibattito
che risulta quanto mai utile per i cultori
del diritto.
Per comprendere l'autentico significato della
laicità e spiegarne le odierne
accezioni, occorre tener conto dello sviluppo
storico che il concetto ha
avuto. La laicità, nata come indicazione
della condizione del semplice
fedele cristiano, non appartenente né al
clero né allo stato religioso,
durante il Medioevo ha rivestito il significato
di opposizione tra i poteri
civili e le gerarchie ecclesiastiche, e nei
tempi moderni ha assunto quello
di esclusione della religione e dei suoi
simboli dalla vita pubblica
mediante il loro confinamento nell'ambito
del privato e della coscienza
individuale. È avvenuto così che al termine
di laicità sia stata attribuita
un'accezione ideologica opposta a quella
che aveva all'origine.
In realtà, oggi la laicità viene comunemente
intesa come esclusione della
religione dai vari ambiti della società e
come suo confino nell'ambito della
coscienza individuale. La laicità si esprimerebbe
nella totale separazione
tra lo Stato e la Chiesa, non avendo quest'ultima
titolo alcuno ad
intervenire su tematiche relative alla vita
e al comportamento dei
cittadini; la laicità comporterebbe addirittura
l'esclusione dei simboli
religiosi dai luoghi pubblici destinati allo
svolgimento delle funzioni
proprie della comunità politica: da uffici,
scuole, tribunali, ospedali,
carceri, ecc. In base a queste molteplici
maniere di concepire la laicità si
parla oggi di pensiero laico, di morale laica,
di scienza laica, di politica
laica. In effetti, alla base di tale concezione
c'è una visione a-religiosa
della vita, del pensiero e della morale:
una visione, cioè, in cui non c'è
posto per Dio, per un Mistero che trascenda
la pura ragione, per una legge
morale di valore assoluto, vigente in ogni
tempo e in ogni situazione.
Soltanto se ci si rende conto di ciò, sì
può misurare il peso dei problemi
sottesi a un termine come laicità, che sembra
essere diventato quasi
l'emblema qualificante della post-modernità,
in particolare della moderna
democrazia.
È compito, allora, di tutti i credenti, in
particolare dei credenti in
Cristo, contribuire ad elaborare un concetto
di laicità che, da una parte,
riconosca a Dio e alla sua legge morale,
a Cristo e alla sua Chiesa il posto
che ad essi spetta nella vita umana, individuale
e sociale, e, dall'altra,
affermi e rispetti la «legittima autonomia
delle realtà terrene», intendendo
con tale espressione, come ribadisce il Concilio
Vaticano II, che «le cose
create e le stesse società hanno leggi e
valori propri, che l'uomo
gradatamente deve scoprire, usare e ordinare»
(Gaudium et spes, 36). Tale
autonomia è un'«esigenza legittima, che non
solo è postulata dagli uomini
del nostro tempo, ma anche è conforme al
volere del Creatore. Infatti, è
dalla stessa loro condizione di creature
che le cose tutte ricevono la
propria consistenza, verità, bontà, le loro
leggi proprie e il loro ordine;
e tutto ciò l'uomo è tenuto a rispettare,
riconoscendo le esigenze di metodo
proprie di ogni singola scienza o arte» (ibid.).
Se, invece, con
l'espressione «autonomia delle realtà temporali»
si volesse intendere che
«le cose create non dipendono da Dio, e che
l'uomo può disporne senza
riferirle al Creatore», allora la falsità
di tale opinione non potrebbe
sfuggire a chiunque creda in Dio e alla sua
trascendente presenza nel mondo
creato (cfr ibid.).
Questa affermazione conciliare costituisce
la base dottrinale di quella
«sana laicità» che implica l'effettiva autonomia
delle realtà terrene, non
certo dall'ordine morale, ma dalla sfera
ecclesiastica. Non può essere
pertanto la Chiesa a indicare quale ordinamento
politico e sociale sia da
preferirsi, ma è il popolo che deve decidere
liberamente i modi migliori e
più adatti di organizzare la vita politica.
Ogni intervento diretto della
Chiesa in tale campo sarebbe un'indebita
ingerenza. D'altra parte, la «sana
laicità» comporta che lo Stato non consideri
la religione come un semplice
sentimento individuale, che si potrebbe confinare
al solo ambito privato. Al
contrario, la religione, essendo anche organizzata
in strutture visibili,
come avviene per la Chiesa, va riconosciuta
come presenza comunitaria
pubblica.
Questo comporta inoltre che a ogni Confessione
religiosa (purché non in
contrasto con l'ordine morale e non pericolosa
per l'ordine pubblico) sia
garantito il libero esercizio delle attività
di culto - spirituali,
culturali, educative e caritative - della
comunità dei credenti. Alla luce
di queste considerazioni, non è certo espressione
di laicità, ma sua
degenerazione in laicismo, l'ostilità a ogni
forma di rilevanza politica e
culturale della religione; alla presenza,
in particolare, di ogni simbolo
religioso nelle istituzioni pubbliche. Come
pure non è segno di sana laicità
il rifiuto alla comunità cristiana, e a coloro
che legittimamente la
rappresentano, del diritto di pronunziarsi
sui problemi morali che oggi
interpellano la coscienza di tutti gli esseri
umani, in particolare dei
legislatori e dei giuristi. Non si tratta,
infatti, di indebita ingerenza
della Chiesa nell'attività legislativa, propria
ed esclusiva dello Stato, ma
dell'affermazione e della difesa dei grandi
valori che danno senso alla vita
della persona e ne salvaguardano la dignità.
Questi valori, prima di essere
cristiani, sono umani, tali perciò da non
lasciare indifferente e silenziosa
la Chiesa, la quale ha il dovere di proclamare
con fermezza la verità
sull'uomo e sul suo destino.
Cari giuristi, viviamo in un periodo storico
esaltante per i progressi che
l'umanità ha compiuto in molti campi del
diritto, della cultura, della
comunicazione, della scienza e della tecnologia.
In questo stesso tempo,
però, da parte di alcuni c'è il tentativo
di escludere Dio da ogni ambito
della vita, presentandolo come antagonista
dell'uomo. Sta a noi cristiani
mostrare che Dio invece è amore e vuole il
bene e la felicità di tutti gli
uomini. E' nostro compito far comprendere
che la legge morale da Lui dataci,
e che si manifesta a noi con la voce della
coscienza, ha lo scopo, non di
opprimerci, ma di liberarci dal male e di
renderci felici. Si tratta di
mostrare che senza Dio l'uomo è perduto e
che l'esclusione della religione
dalla vita sociale, in particolare la marginalizzazione
del cristianesimo,
mina le basi stesse della convivenza umana.
Prima di essere di ordine
sociale e politico, queste basi infatti sono
di ordine morale.
Nel ringraziarvi ancora una volta, cari amici,
per l'odierna vostra visita,
invoco la materna protezione di Maria su
Voi e sulla vostra Associazione.
Con tali sentimenti, a tutti imparto di cuore
una speciale Benedizione
Apostolica, che volentieri estendo alle vostre
famiglie e alle persone a Voi
care.
[© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana]
---------------------------------------------------------------------
| chiudi |